Stefano Chini: la passione per la radio, il maestro Enrico Ameri…

 

Voglio parlare della radio, di come nasce Stefano Chini, anche attraverso il mio maestro: Enrico Ameri.

Un maestro che si è spento da poco, una voce ‘amica’. Quella voce che mi ha fatto nascere la voglia di raccontare il calcio per gli ascoltatori. Quella voce che mi ha fatto innamorare della radio, che mi ha fatto fantasticare, che ha accompagnato la mia gioventù.

 

Sì, Enrico Ameri è stato colui che ho ammirato, che ho apprezzato e che ho scopiazzato da umile radiocronista di provincia. La sua voce entrò nel mio diffusore a metà degli anni ’70. Non ricordo quando. Lo ascoltai per la prima volta in una di quelle domeniche pomeriggio di primo sole, trasportato dai miei genitori non ricordo nemmeno dove. Forse in qualche lago o in qualche assolata campagna, a prendere aria. Nel tragitto, l’auto-radio della Fiat 127 blu di mio padre accesa. I manopoloni, solo la banda AM e una per me ancora oggi misteriosa SW che trasmetteva strani suoni provenienti da non so quale galassia e che nel mio immaginario fanciullesco etichettavo come ‘Radio Spazio’. Da quelle casse antidiluviane, usciva nitida la voce di un signore per bene, una specie di ‘zio’ che ti avvolgeva con le sue coccole fatte di azioni, di palloni che superavano la linea mediana del campo, di portieri che prendevano la rincorsa ed effettuavano il rinvio, di reti gridate a squarciagola interrompendo altri cronisti che non avevano, in quel momento, alcun fascino per me. Solo l’impareggiabile Sandro Ciotti, con la sua voce roca, poteva emulare Ameri, con un altro stile ma pur sempre capace di inventarsi un personaggio.

 

Non faceva il compitino, Ameri. La partita te la faceva vivere. Il gioco del calcio, a sei anni, non sapevo nemmeno cos’era. Ma lo vivevo perché me lo raccontava lui. La Juve che vinceva lo scudetto, il Torino beffato di un punto. Non sapevo nemmeno che esistesse ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. Pensavo che la domenica si dovesse aspettare Novantesimo Minuto per vivere le prime emozioni della giornata di campionato. Cominciai a capire allora che le partite si giocavano davvero. Che non erano ricostruite in tv alle sei la sera. Che oltre alle sovrimpressioni durante Domenica In, c’erano pure loro. I radiocronisti di Tutto il Calcio. E c’era lui. Enrico Ameri. Una domenica, durante l’happening pomeridiano di Rai 1, un’altra voce roca mi accompagnava. Ma insieme alla voce, c’era anche l’immagine. Era Corrado. Tra un Disco Ring e una puntata di Attenti a Quei Due (Tony Curtis e Roger Moore andavano in onda la domenica pomeriggio) vidi sbucare una scritta: Torino-Milan 1-0 62’ Pulici. Lo ricordo come fosse ieri. Così come mi ricordai di aver ascoltato ‘Tutto il Calcio’ in quella domenica pomeriggio in cui Ameri annunciava un gol importante. Scoprii anni dopo che si trattava del secondo gol juventino a Marassi con la Sampdoria e che lo segnò Boninsegna, consegnando definitivamente alla Juve l’ennesimo scudetto, quello dei 51 punti.

 

Combattuto tra la puntata di ‘Chi’ (la trasmissione che svelava la soluzione dei gialli proposti nella puntata del sabato del programma abbinato alla Lotteria Italia) e il sorriso dolce di Dora Moroni, decisi di abbandonare la cucina e di prendere un marchingegno che di primo acchito mi incuteva terrore. Era la radio. Una specie di valigione immenso, con una antenna color ruggine piegata nella parte alta della sua estremità. La radio della nonna, quella portatile, anche se a quei tempi pesava almeno il doppio di me. Abbandonai per la prima volta la tv, per seguire un rito che mi divenne usuale fino al 1987, l’anno in cui debuttai alla radio ed iniziai la mia carriera di commentatore. La radio era bella perché quando premevi il pulsante per farla avviare, si accendeva subito. I giovani di oggi non capiranno. Ma la vecchia Synudine che avevo in cucina, la tv, rigidamente in bianco e nero, prima che emettesse suoni e immagini ci impiegava almeno due o tre minuti. C’era il trasformatore da accendere, poi lentamente, da quello schermo grigio appariva un piccolo cerchietto luminoso proprio in mezzo. Un cerchio che si allargava sempre di più, fino a raggiungere l’intera dimensione della tv. Le righe, la voce e poi finalmente le immagini. Ci siamo. Ecco la tv. La radio no. La radio si accendeva subito. Pochi secondi et voilà, ecco ‘Tutto il Calcio’. Già questo dava l’impressione di immediatezza, di diretta reale che mi affascinava. Sapere che c’era un mezzo che arrivava prima della Tv, la ‘tata’ di tutti noi bambini, mi incuriosiva. Su ‘AM’, la banda in Kilohertz, c’erano tre stazioni: Radio 1, Radio MonteCarlo (Awana Gana, la prima icona immaginata che mi accompagnò nel misterioso mondo della musica) e Radio 2. Facile dunque, anche per un bambino, trovare quello che ti interessava.

 

Ecco le partite. Ameri e Ciotti, che già avevo sentito, li riconoscevo subito. Era una trasmissione senza fronzoli, con pochi campi collegati, i più importanti e tanta immediatezza. Mi affascinai a quel mondo, a quel pallone che dispensava emozioni a fiumi. Ma più del pallone, erano i ‘cantori’ radiofonici ad affascinarmi. La domenica, ormai, era monopolizzata da loro: i radiocronisti. Prima Radio 2, con le dirette dei primi tempi. Poi Radio 1, con il vero ‘Tutto il Calcio’. Cominciavo così ad abituarmi ad un modo nuovo di passare la domenica. Prima la radio, poi la tv con Paolo Valenti. Infine Domenica Sprint con Maurizio Barendson (troppo piccolo invece per vedere la Domenica Sportiva, che andava in onda in orari per me diabolici: LE 22.00!!!). Ero ormai entrato tra i ‘forzati’ del calcio. Le mie domeniche dovevano seguire quel rito. Guai ad infrangerlo. Mia mamma e mio babbo furono costretti a comprami una radiolina portatile per potermi accompagnare dai nonni la domenica, altrimenti era vietato allontanarsi da casa durante le partite. La passione per la radio crebbe. In proporzione diretta a quella per il calcio e con essa la voglia di costruirmi le mie prime partite immaginarie.

 

A fine campionato, a Donoratico, in un pomeriggio di giugno nel campeggio Etruria, partì la mia carriera. Mia nonna Gina mi acquistò al bazar una strana scatola, dove si stagliava al centro l’effige di un bambino felice, vestito bene e col sorriso alla Berlusconi. Si divertiva giocando con una cosa magica: Gioca Goal Atlantic. Mezzo campo di cartone, la panchina, i giocatori più l’allenatore e il massaggiatore. Tutti di plastica, colore unico e piedistallo di forma circolare nel quale inserire la sagoma del giocatore. Mi comprarono la Fiorentina, ma non servì per amare quella squadra. Mio fratello aveva due anni meno. Per non scontentare nessuno, i miei comprarono anche a lui la Fiorentina. Fu lì che capii che il calcio non era per tutti. Provai a spiegare, con quell’aria da saccente che a volte i bambini di otto anni hanno, che nel calcio occorrono due squadre diverse. Mi inventai una partita fra Anderlecht (che avevo visto in un vecchio Intrepido Sport) e la Fiorentina, avvertendo i fantomatici ascoltatori che le due squadre avevano le maglie uguali causa smarrimento delle divise di riserva e cominciai a commentarla. Mi piaceva. Mi affascinava. A scuola, preferivo non giocare in cortile nell’intervallo ma stare ai margini, a raccontare che Fabio passava la palla a Marco e che Federico era stato bravissimo a far gol.

 

Il Subbuteo fu poi la mia consacrazione. Arrivato tardi, perché costava troppo. Ed è questa la cosa che forse mi ha fatto più felice nella mia adolescenza, più del mio primo bacio. Grazie alla mia nonna Fernanda di Firenze, che me lo fece trovare in un buio stanzino della piccola casa che avevano i miei nonni paterni. Che bello. Alla prima partita, ruppi subito la bandierina del calcio d’angolo. Abituato ai modi triviali e ai movimenti rozzi che il Giocagol di plastica mi consentiva, non pensavo proprio che quelle miniature si potessero rompere col solo respiro. Dopo una settimana, la squadra rossa inclusa nella confezione ‘Edition’ era già decimata e mio padre, stufo di finire ettolitri di quell’iper-colla a presa rapida che usava per sistemare la sua attrezzatura di pesca sportiva (ha sfiorato anche la nazionale italiana), mi comprò una squadra nuova. Non ricordo quale. Di lì a poco sarebbe iniziata una lunga trafila: da casa mia al Capecchi, il negozio di via Muzzi, depositario di tutte le squadre del Subbuteo che sceglievo dopo grande consulto con i miei amici tramite il catalogo verde: un lenzuolone nel quale venivano riportate le icone dei giocatorini pitturati con i colori sociali delle squadre di tutto il mondo.

 

E intanto, col passare delle domeniche alla radio, imparavo a conoscere anche altre voci storiche: Provenzali, Bortoluzzi dallo studio, Luzzi, Ferretti. Voci che iniziavo ad imitare. Di lì a poco, una novità sconvolgente. La mia prima radiolina, comprata da babbo e mamma per le scampagnate domenicali, aveva pure la stazione FM. Scoprii le radio private. Scoprii che intorno ai 103 esisteva un signore, anche lui per bene, dalla voce particolare e dai modi gentili, che commentava una partita. L’avevo ascoltato per caso, in quanto la mia intenzione era quella di sintonizzarmi su radio 2, sugli AM (sulla stessa linea dei 103 Mhz), inavvertitamente però mi spostai sugli FM. Raccontava partite che non capivo. Nomi strani, squadre mai sentite. Era bravo, ma capivo che era diverso dagli altri che avevo conosciuto su Tutto il Calcio. Mi raccontava di una specie di rivolta dei tifosi per alcune decisioni arbitrali dubbie. Era Prato-Siena e quel signore si chiamava Mauro Presenti. Mai potevo immaginare che un giorno avrei avuto l’occasione di raccontare il Prato insieme a lui, fianco a fianco in cabina radio.

 

Chiesi a mio padre cos’era questo Prato. Esisteva una squadra di calcio anche qua. Nel 1978 mi portò ad Agliana, a seguire la mia prima partita del Prato. Conservai il biglietto di quella partita, valida per il campionato nazionale serie D girone E. Capii che il calcio era una cosa seria, che c’erano serie A, B, C e D. Per informarmi, ecco l’Album. Prima, una volgare imitazione del Panini, che aveva però il merito di uscire ad inizio stagione e che veniva consegnato all’uscita delle scuole elementari. Poi, quello vero, quello originale. Gli scudettini della C, della D e via discorrendo. Il Lungobisenzio diventava intanto una piacevole abitudine, sempre accompagnato da quella radiolina. Quando il Prato giocava fuori, nacque subito un problema: ascoltare la Rai o quel simpatico radiocronista del Prato? Questo fu il primo, vero dilemma della mia vita. Ameri mi affascinava di più, però. Perché il mio amore per la radio veniva addirittura prima di quello per il calcio. Lo conobbi un pomeriggio, al Comunale di Firenze, dopo un insignificante Fiorentina-Juventus (0-0 senza colpo ferire, nonostante Platini e Boniek). Lasciai la curva a fine partita per raggiungere la tribuna centrale, quando lo stadio a fine partita diventava una specie di parco-giochi, aperto negli ultimi 15’ (si poteva entrare gratis) e i divisori tra i settori completamente spalancati. Lui era lì, in una gabbia di vetro, a coordinare i collegamenti del dopo-partita su Radio 2 per le interviste. Lui parlava, io da fuori lo ascoltavo con la radio: è stato questo il primo momento mistico della mia vita, superiore di gran lunga alla prima comunione ricevuta in San Domenico qualche anno prima o all’imminente cresima che avrei ricevuto 12 mesi dopo.

 

Che bello. Avevo visto dal vivo il mio maestro, colui che con la sua voce amica mi avrebbe accompagnato verso scudetti e mercoledì sera di coppa, quando la tv faceva vedere solo una sintesi alle 22.30. Fu lui a darmi la tragica notizia dell’infortunio di Bettega, tra la nebbia del Comunale in uno sfortunato Juventus-Anderlecht. Mi sembrava di essere lì, allo stadio. Ero al caldo della mia camerina, eppure avevo i brividi di freddo per quella sera di fine ottobre. Ameri era stato così bravo a raccontare i particolari che mi aveva fatto immaginare di essere all’aperto. Per la cresima, il regalo che sconvolse la mia vita. Durante una cena a casa dei miei zii, la cugina Alessandra tira fuori una cosa che mi ricordai di aver visto durante le mie visite fiorentine presso i miei nonni. Ma era fatto diversamente. Era un registratore, con le cassette. Aveva anche il microfono. Fu il dramma per casa Chini. Mi impossessai di quel ‘gioco’ splendido e inventai Radio Libera Stefano, facendo il Dj rubacchiando le canzoni dalla Hit Parade di Luttazzi su Radio 2 o le prime canzoni dalle emittenti locali su Fm. Ma soprattutto, inventai il mio Tutto il Calcio, trasmettendo le partite della nazionale davanti alla tv, togliendo l’audio di Nando Martellini e provando ad inventarmi qualcosa, con le formazioni prese a prestito dalla Gazzetta dello Sport comprata la mattina. Casa mia era diventata una specie di studio radiofonico, perché nel frattempo, di ritorno da Firenze, mi ero impossessato del registratore a bobina di mia zia Anna: una meraviglia anche quello.

 

Poi, i primi passi nelle radio locali, ad AT1, quando ancora si chiamava Antenna Toscana Uno. Iniziai nel 1987, con Corrado Orrico. Prato-Piacenza 0-0: ero inviato dalla tribuna-stampa per le interviste. Cominciai a cambiar maestro: troppo giovane per fare le radiocronache integrali. Dovevo fare gavetta come intervistatore esterno. Dovevo allargare il mio vocabolario, imparare altri schemi di intervento. Ma Ameri restava il mio sogno. Lo persi di vista, pardon: di ascolto, proprio in quel 1987 perché le mie domeniche cambiarono. La radio, adesso, la facevo anch’io. Ascoltai la sua ultima radiocronaca, nel 1991, prima che andasse in pensione: un Juventus-Inter di coppa Italia, dove nei bianconeri c’era un tal Mastrototaro (che poi avrei rivisto in campo in un Prato-Livorno, con la maglia amaranto). Era il canto del cigno. Ormai Ameri era prossimo alla pensione. Ma rimase in me immutato l’affetto per quel maestro, specie quando di lì a poco avrei iniziato a fare le radiocronache integrali.

 

Non ho trovato poi altro cronista da imitare nel tempo. Tutto il Calcio era cambiato. La vecchia e cara Rai, dove prima si faceva radio solo se si aveva una pronuncia perfetta e si conosceva bene l’italiano, iniziava a popolarsi di finti dottorini, che durante la cronaca si farcivano la bocca di statistiche, di moduli, di numeri (4-4-2, 4-3-3 e bischerate varie), ma che non ti dicevano come il centravanti era riuscito a scartare il difensore o se la giornata era fredda o calda (cara la vecchia ‘ventilazione inapprezzabile’ di Sandro Ciotti). Cronisti con la lisca, dall’accento spiccatamente romano e altre amenità del genere. Solo in Riccardo Cucchi, per l’enfasi usata nel raccontare le azioni, trovai un briciolo di stile-Ameri. Adesso, Ameri è lassù. Me lo immagino in cielo. Insieme a Ciotti, a passarsi vicendevolmente la linea e a consegnare poi il racconto alle immagini, insieme a Paolo Valenti e Maurizio Barendson. Con Beppe Viola inviato a bordo campo a fare le interviste a giocatori e tecnici. Con Gianni Brera opinionista. La più bella schiera di giornalisti che abbia mai ricordato ora è tutta riunita. Grazie Maestro Ameri, non ti dimenticherò.

 

Stefano Chini, 8 aprile 2004