La mia prima partita…

 

Ci sono alcuni momenti indelebili che mi legano al Prato e al Lungobisenzio. Tantissime partite viste (impossibile contarle), alcune giocate sia sul centrale che sul sussidiario, molti amici conosciuti in curva o in tribuna stampa, molta gente persa di vista con il passare degli anni.
Ma è il impatto con il Lungobisenzio che rimane in testa in modo quasi ossessivo e con contorni in parte ancora nitidi nonostante ormai siano passati venticinque anni da quando ho varcato per la prima volta il cancellone utilizzato ora dai tifosi ospiti ma una volta di pertinenza della tifoseria biancazzurra.
Era l’ottobre del 1978: dopo tante domenica passate ad andare a vedere la Vaianese, allora relegata in Prima Categoria (i tempi d’oro dell’Interregionale sarebbero arrivati solo sei anni dopo), convinsi mio babbo (o fu l’inverso?) ad andare a vedere il Prato. Non so bene come nella mia mente di bambino di Vaiano avesse preso corpo l’idea di andare in un’altra città a vedere una partita: per i miei occhi Prato era lontana (bisognava prendere la macchina e fare tutte le curve della statale!!!) e rappresentava una realtà da scoprire.
Forse influì una delle prime raccolte di figurine Panini e uno scudetto del Prato doppione da attaccare sul diario…
Fatto sta che quella domenica prendemmo il mitico Maggiolone nero e raggiungemmo un Lungobisenzio per una partita contro una squadra che non avevo mai sentito nominare prima, l’Olbia. Comprammo il biglietto per la tribuna laterale (ovvero l’attuale settore ospiti) e ci sedemmo sui tavoloni di legno (gli stessi di oggi??) mentre si alzava un vento gelido e tagliente. Prima di entrare allo stadio mi ero fermato al baracchino che vendeva sciarpe, bandiere e porcherie da mangiare vicino al ponte alla Vittoria: era di fronte all’attuale botteghino dei giardini della stazione e c’era un vecchietto che vendeva cocomero d’estate e caldarroste d’inverno. Comprai una bandiera azzurra con il simbolo del Prato al centro e la scritta dorata PRATO ad arco nella parte superiore, oltre ad un bordino tricolore tutto intorno. Meravigliosa!
Dopo pochi minuti di partita il vento mi fece volare via la bandiera, che rotolò fino a terra rimanendo impigliata nei tubi della tribuna e mio babbo dovette correre a prenderla prima che un ragazzo se la mettesse in tasca. Una volta recuperato il mitico drappo presi a seguire la partita: nei ricordi rimane però solo il risultato (0-0), lo squallore delle spettacolo, che mi costò il rifiuto di mio babbo a farmi accompagnare a vedere il Prato per il resto del campionato, e un giocatore, Rakar, che giocava con la maglia numero 7, la stessa che avevo io nei Pulcini della Vaianese. Così Rakar diventò il mio idolo nelle partite ai giardini pubblici alle quali partecipavo fissando la bandiera del Prato sulle scale dello scivolo e sui pali dell’altalena.
Non so che fine abbia fatto Rakar ma mi ricordo che la bandiera terminò i suoi giorni ai giardini di Cangione di Vaiano dove, a forza di nodi e attaccature con lo scotch, si consumò ai bordi dando vita ad un clamoroso sfilacciamento del tessuto in raso leggero… Provai a salvare la scritta PRATO ritagliandola ma fu tutto inutile: il mio primo emblema biancazzurro morì e fu sostituito pochi anni dopo da una sciarpa con la scritta Forza Prato in raso bianco con scritta azzurra. Ce l’ho ancora ed è un cimelio dal quale non riuscirei a staccarmi: l’ho messa poche volte perché si sciupa a guardarla ma è tuttora in mostra in camera mia con tutte le altre sciarpe della mia collezione

 

Autore: Matteo